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Il Blog dei Giovani Democratici di Talenti – Roma

Eramus opportunità da incentivare e su cui investire…

Pubblicato da pglive su novembre 24, 2009

Dal primo settembre mi trovo a studiare presso la facoltà di Droit et sciences politiques di Nantes nel nord della francia.Sono qui grazie al progetto erasmus che permette a giovani studenti di trasfersi per un periodo massimo di un anno presso un altra città europea per apprendere una lingua straniera,mettersi in contatto con nuove culture e farsi molti amici.Per un giovane della nostra società per essere competitivi è divenuto più che mai fondamentale conoscere due o più lingue ed è per questo che vari paesi stanno investendo sull’esperienza erasmus.La Spagna ai propri studenti erasmus, oltrea dare l’opportunità di fare due erasmus uno per la licenza triennale ed uno per il master,elargisce una borsa che varia tra i 600 ai 1100 euro mensili.in Inghilterra si da la possibilità di dividere l’erasmus in due parti in modo da poter fare un semestre presso una nazione e il secondo presso un altra per poter apprendere due lingue…Ora arriva il tasto dolente dell’Italia dove a parte i miseri finanziamenti meno della metà del minimo spagnolo(che rende impossibile ai giovani che provengono da famiglie del ceto medio basso quest’esperienza), la formulazione della domanda erasmus è una vera e propria lotta contro la burocrazia(basti pensare che molto spesso la risposta alla domanda per la borsa erasmus viene data dopo i giorni limite donati dall’università ospitante creando non pochi problemi al giovane in partenza),dove non si fa nulla per aiutare ed invogliare lo studente a quest’esperienza formativa senza eguali.E così vivendo quest’esperienza mi sono iniziato a domandare perchè l’Italia deve rinunciare a quest’opportunità.E mi sono ritornate in mente le parole di Romano Prodi che proponeva di renderlo obbligatorio nel percorso formativo di uno studente universitario perchè in una società multietnica e senza più veri e propri confini è indispensabile per la nostra generazione essere in grado di potersi spostare di sapere adattarsi,andare a vivere all’estero per poter allargare le nostre conoscienze renderci più competittivi sul mercato ddel lavoro globale,anche viste le prospettive nere del nostro paese per noi giovani che ci troveremo a dover pagare gli errori non commessi da noi…Quindi io mi chiedo è così difficile rendere l’erasmus obbligatorio o quanto meno dare la possibilità a tutti, come anche la nostra Costituzione suggerisce tramite il diritto allo studio, di partecipare a questa esperienza aumentando i fondi disponibili e quindi aprendo le porte dell’erasmus anche ai giovani che vengono da famiglie economicamente più svantaggiate, come accade nelle altre nazioni europee? Riusciremo mai ad avere la possibilità di fare due Erasmus, uno durante la laurea triennale ed uno durante la specialistica inserendo magari come clausola che i due erasmus non possono essere svolti nella stessa nazione? Investire sulla formazione è un opportunità per l’Italia e un investimento REALE sui propri cittadini che porterà dei benefici magari non immediati e non invece denaro pubblico sprecato, ribadisco gli effetti si vedranno a lungo termine…

Lettera scritta da:
Matteo Cori

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Lettera aperta ai cittadini e alle cittadine del IV Municipio

Pubblicato da jscrivano su novembre 19, 2009

Lettera aperta ai cittadini e alle cittadine del IV Municipio

Come forse avrai saputo nei mesi scorsi il Sindaco Alemanno ha avviato il cosiddetto PIANO NOMADI. Ha cominciato cioè a sgomberare centinaia di persone, famiglie con bambini e anziani, per poi sparpagliarle in tutta la città senza alcun criterio. Come se, così, scomparissero i nomadi e, con essi, tutti i “problemi” di cui sono portatori.

Nei primi giorni di novembre, in particolare, l’Amministrazione comunale ha letteralmente raso al suolo i campi di Casilino 700 e via Papilia, senza nemmeno consentire agli occupanti di riprendere le loro cose, obbligandoli ad allontanarsi e prevedendo forme di accoglienza che disgregavano i nuclei familiari. Molti di loro sono stati lasciati senza qualsiasi assistenza, tant’è che non vi è certezza della loro effettiva destinazione attuale. Tra l’altro, nello sgombero il Comune non ha coinvolto né le istituzioni locali, né le associazioni (Opera Nomadi, etc..) che da sempre seguono le comunità rom.

Vale forse solo la pena di ricordare che non si tratta di cittadini extracomunitari che possono essere fermati in base alla pur iniqua legge Bossi-Fini, ma di comunitari. Quindi, liberi cittadini.

Il PD si è opposto a queste iniziative insensate, inumane e pericolose, con interrogazioni in consiglio comunale e con iniziative di protesta organizzate con le associazioni.

Circa un centinaio di persone sono state spostate in IV Municipio dentro una ex-cartiera situata in via Salaria, presidiata da guardie giurate, vigili urbani e personale comunale che per giorni hanno impedito a chiunque di accedere per verificarne le condizioni. Una situazione inaccettabile in uno stato di diritto.

Per questo, lunedì scorso il PD del IV Municipio, assieme alla Federazione romana e ai consiglieri comunali Ozzimo e Pelonzi, ha organizzato un presidio per chiedere che fosse consentito l’accesso a rappresentanti delle istituzioni. Dopo ore di attesa, sono potuti entrare i consiglieri comunali e i parlamentari sen.Milana e on.Verini.

All’interno hanno trovato un unico grande stanzone predisposto dalla protezione condiviso da quasi cento persone. Nel nuovo campo nomadi predisposto in fretta e furia non viene nemmeno effettuato dall’Amministrazione il servizio navetta per la scuola promesso negli scorsi giorni, con un’inevitabile riduzione del numero di bambini scolarizzati e rischi di ulteriore esclusione sociale.

Ancora una volta, insomma, ci troviamo a contestare la gestione superficiale e scriteriata di sgomberi che, oltre ad aver causato la dispersione nella città di oltre cinquecento persone (con le immaginabili conseguenze sulla sicurezza soprattutto nei quartieri più periferici), ha avuto come unico risultato la creazione di un nuovo insediamento nel territorio del IV municipio in cui peraltro il numero degli ospiti sembra destinato ad aumentare nel tempo.

Il PD vuole discutere un vero Piano per garantire il controllo della presenza dei Nomadi, ma anche accoglienza e integrazione. E dice BASTA ai finti sgomberi che creano solo nuovi disagi, per i nomadi e per i cittadini.

Al Sindaco e al Presidente Bonelli, il PD del IV Municipio chiede che tutti gli abitanti siano informati su quanto durerà l’insediamento in via Salaria, quante persone ospiterà e quali strumenti saranno utilizzati per affrontare le emergenze che potrebbero prodursi nel rapporto con il territorio.

Ti ringrazio per la tua attenzione,

Francesco Pieroni

coordinatore del PD del IV Municipio
pieroni.francesco@gmail.com

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IL NOSTRO FUTURO

Pubblicato da pglive su novembre 17, 2009

Non sono bei tempi per noi giovani quelli che viviamo oggi, il lavoro è sicuramente il primo nostro grande problema, la mancanza di certezza di un futuro chiaro, ci troviamo spaesati e poco aiutati da chi prima di noi ha permesso che tutto cio’ oggi cadesse sulle nostre spalle.E’ vero la crisi stà colpendo tutti non solo noi, ma noi saremo il mondo di domani e su quali basi potremmo mai crearlo se ad oggi siamo sbattuti da un call-center ad un’altro per due lire al mese, se tagliano i fondi alla scuola e all’università che sono il nostro terreno su cui siamo cresciuti e su cui molti di noi continuano a crescere,quale futuro avrà la nostra nazione se sempre più giovani si trasferiscono all’estero perchè li’ trovano più opportunità di crescita culturale e lavorativa?

Mi rendo conto che questo finora descritto è un quadro negativo, fortemente negativo per noi ma purtroppo è il quadro reale.

Troppe volte ci siamo chiesti soprattutto noi giovani impegnati nella politica come mai le istituzioni non mettano mano concretamente per risolvere tutto ciò, e nonostante le cose risultino sempre peggiorare, non manca in noi il rispetto per le istituzioni democratiche del nostro paese e quindi della politica, del fare politica come semplici militanti che per passione sono spinti solo dal loro ideale, che ad oggi risulta essere quasi un’utopia purtroppo.

Eppure ci incontriamo nel nostro circolo di frequente per discutere di tutto ciò e per coinvolgere giovani come noi in questa importante discussione,ascoltare i problemi di chi le sta’ vivendo sulla propria pelle le esperienze precarie del mondo del lavoro, o chi nelle scuole lavora con materiali scadenti e non moderni, o chi peggio ancora nella classe dove studia gli piove dentro, e intanto questo governo continua a portare avanti una politica di tagli senza un perchè, o forse un perchè c’è distruggere la cultura per far si che noi giovani seguiamo sempre più numerosi i reality sulle tv del premier e immaginiamo il nostro futuro come  vincitori di Amici di Maria De Filippi, quella e’ un’opportunità che molti giovani in un’Italia malata perchè berlusconizzata oggi sognano.

Ma vogliamo opporci a tutto questo o no?

vogliamo farci sentire scendendo nelle piazze come nel 68 o continuare ad essere anestetizzati dalla tv?

vogliamo riprenderci la politica o lasciare che questa parola venga ogni volta offesa per colpa di alcuni che secondo me neanche si dovrebbero chiamare politici?

a voi la decisione, sappiate solo che c’è in gioco il futuro del nostro paese, noi.

Lele – militante GD Talenti

 

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Caro Direttore: Lettera aperta delle Officine Democratiche a Concita De Gregorio

Pubblicato da jscrivano su settembre 11, 2009

Caro Direttore,

A scriverle sono i Giovani Democratici di Talenti,un quartiere a nord di Roma.

Abbiamo deciso di chiamarci “Officine Democratiche” in quanto consideriamo il nostro stare insieme e fare politica come l’unità base di un grande sistema democratico. Noi speriamo di riuscire a fabbricare con il nostro lavoro quegli elementi minimi di partecipazione e democrazia che possano servire a comprendere ed edificare le grandi battaglie culturali e politiche che la Sua testata ed altre stanno portando avanti con tanta determinazione.

Per noi l’Unità  è da sempre un compagno di strada che spesso ha interrogato le nostre coscienze e ci ha aiutati ad approfondire le nostre conoscenze politiche. E’ per questo che con dispiacere e rabbia abbiamo seguito le tristi vicende che accompagnano il nostro primo ministro e il suo modo di affrontare con arroganza una stampa avversa.

Noi siamo una generazione nata in un paese libero e democratico dove ad ogni persona è riconosciuta la facoltà di esprimere liberamente ciò che vuole ma non per questo siamo pronti a dare tutto ciò per scontato.

Non vogliamo rimanere indifferenti alle minacce verso la Libertà di Stampa di Silvio Berlusconi.

Vogliamo combatterle!

Per questo saremo in prima fila il 19 Settembre a Roma e ci sentiamo in obbligo di fare qualcosa di più, di dare un segno più forte.

Le scriviamo questa lettera per offrirci come volontari alla distribuzione dell’Unità durante la manifestazione al fine di lanciare un doppio segnale: le nuove generazioni sanno riconoscere i pericoli per la Democrazia e vogliono bene a L’Unità.

La salutiamo affettuosamente .

Giovani Democratici Talenti –“Officine Democratiche”-

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Roma dove sei?

Pubblicato da jscrivano su agosto 26, 2009

Scriviamo da Roma, la solita Roma, una Roma annoiata e stanca, calda, ormai da mesi addormentata. Ha gli occhi chiusi questa Roma ma forse non dorme; ha gli occhi chiusi perché non ce la farebbe a vedere quello che le stanno facendo. Roma, la leggo sui giornali, la leggo nelle cronache politiche e criminali. Leggo: “Roma: Accoltellati 2 ragazzi omosessuali da un tale Svastichella”. Bene. Poi mi viene voglia di andare a ballare, di spendere poco, di fare un seratone: QUbe? No. Mi dicono. Gli hanno dato fuoco. Era la serata del Muccassassina. Alcuni amici non capiscono. Provo a spiegarmi meglio: “La serata organizzata storicamente in atmosfera gay-lesbo-trans…”. Capisco che hanno capito. Ribattono: “La serata dii froci!”. Annuisco sconsolato.
Mi faccio coraggio e mi faccio venire voglia d’una birra. Ma è tardi e sto già in macchina. Cercherò un “Bangladesh”. Mi dicono: “Se ne riesci a trovare uno che non sia stato minacciato o accoltellato faccelo sapere…”. Bene, bene, bene.
A un certo punto mi fermo e mi chiedo: ma che fine ha fatto Roma? Ma sarò a Roma? Dov’è la Roma in cui sono cresciuto da ragazzino? E contando che non ho neanche trent’anni tanto lontano non può essere andata!
Mi chiedo se c’entrasse qualcosa il fatto che da anni in periferia non venga data una risposta concreta ai tanti problemi di degrado; o il fatto che al centro della città abbiano aperto Casa Pound, Casa Italia, Area 19 o che, nel mio municipio (che è il più popoloso e tra i più grandi di questa Roma brutalizzata) non esista un centro di aggregazione giovanile e culturale ma siano stati costruiti 3 centri commerciali; oppure la coincidenza che il Comune di Roma dia il patrocinio ad associazioni culturali di destra che hanno come punto del loro statuto e programma politico la cancellazione della Costituzione.
Ma forse sono solo congetture, sono solo brutti pensieri. Me la dice la televisione la verità: Svastichella è un piccolo criminale di periferia quindi il fatto che si chiami Svastichella è un vezzo, non c’entra nulla il fatto che faccia parte di quella destra estrema e xenofoba che salutava con i saluti romani la vittoria di Alemanno. Gli immigrati vengono picchiati e vengono dati alle fiamme i loro negozi perché sono stati sgarbati, maleducati o per un regolamento di conti. Mi tranquillizzo. A questo punto credo che il Qube sia stato un caso di autocombustione per le alte temperature estive.
Una cosa è sicura. Questa sera mi è passata ogni voglia e me ne torno a casa. Sono in macchina e accendo la radio: “Crediamo che sia necessaria una legge che preveda il reato di aggressione per motivi d’intolleranza sessuale”. A parlare era il Sindaco Alemanno. Io rido pensando al suo doppiogiochismo ideologico. Ma abbasso i finestrini e mi rendo conto che Roma dorme e dovremmo fare di tutto per svegliarla.

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Solidarietà ai LAVORATORI della INNSE

Pubblicato da jscrivano su agosto 5, 2009

Vincenzo, Massimo, Luigi e Fabio, quattro “tute blu” della Innse Presse di Milano. Ci hanno pensato a lungo e poi hanno deciso. Hanno aggirato il blocco delle forze dell’ordine, sono entrati nella fabbrica e insieme a Roberto, funzionario della Fiom, si sono arrampicati su una gru della fabbrica e da un giorno intero portano avanti così la loro protesta contro lo smantellamento della fabbrica che hanno contribuito a gestire in questo momento di crisi.

Affermano di essere lì sopra per il loro lavoro e il lavoro di tutti. Noi non possiamo che essere con loro. Anche se è il 5 Agosto, anche se “la crisi non esiste”, anche se stanno regalando soldi a banche ed evasori fiscali, anche se hanno la maggioranza in Parlamento e nel Paese, NOI non ci arrendiamo e, idealmente, saliamo con gli operai della INNSE su quella GRU.

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Incontro con On. Walter Tocci-Officine Democratiche-3 Luglio 2009

Pubblicato da jscrivano su luglio 14, 2009

Relazione e riflessioni di un Amico (quartiere) critico (e prezioso) come Mario Vicentini.

Manca qualcosa, manca il senso della comunità, e non solo nel PD

Discussione sul PD e domande sulla sconfitta, l’altra sera a Via Verga, Talenti. Valter Tocci e il ricercatore Federico Tomassi hanno presentato una bella ricerca sui flussi elettorali, e iscritti al PD hanno posto domande. Ne esce uno spaccato molto interessante, che ha aspetti buoni e altri inquietanti. I dati del voto alle europee divisi per zone di residenza - via via più lontane dal centro - evidenziano che il calo dei voti del PD, tra la periferia storica e quella oltre il GRA, è di circa l’11%, ed è proprio causato dalla lontananza dal centro. Perchè le più importanti realizzazioni del comune, con Rutelli e Veltroni, sono state dedicate al centro. Anche l’Auditorium è utilizzato più che altro da residenti del centro. E le periferie sono state trascurate. Lascia perplessi, nelle parole di Tomassi, questa sua nettezza sull’individuazione della causa del forte calo. Più tardi Tocci l’aggiusterà in modo più convincente, perchè decisamente manca qualcosa.

Melisa, iscritta di zona Tiburtina, denuncia che la politica è lontana dal cittadino: anche per potare un albero un Presidente di Municipio ha dei problemi, mentre bisogna saper dare risposte. Se non sappiamo dare risposte ognuno andrà a casa, arrabattandosi come meglio può. Non mi convince: davvero l’efficienza è l’unica cosa che manca?

Claudio, pensionato: il problema è il traffico. La gente sul 60 ha una faccia che racconta lo stress, la stanchezza, l’ansia per il tempo che perde e le cose che non si riescono a fare, anche gli affetti sono trascurati. Claudio racconta, senso nominarlo esplicitamente, il senso di solitudine e di abbandono che si sente nell’autobus fermo nel traffico. Non credo che si tratti solo di tempo perso. C’è qualcos’altro in ballo

Jacopo, studente di 20 anni: che senso hanno alcuni nuovi quartieri appena sorti, come quello a ridosso del centro commericale Porta di Roma? Queste nuove periferie troveranno la loro identità, i loro riferimenti, ora così fortemente mancanti? O saranno delle mere appendici dei mostri commerciali? Jacopo denuncia una carenza di storia, di cultura, di appartenenza, di consuetudini, che tragicamente assilla chi frequenta quelle strade così vuote.

Stefano, ingegnere urbanista, dice che siamo stati travolti dal risultato elettorale politico. Ed è un miracolo che il PD abbia in qualche modo tenuto, lui temeva un misero 20%. Fare i centri commerciali significa ammazzare le realtà di quartiere. Stefano, che cita opportunamente Berdini, afferma che sono necessarie delle politiche URBANE. Cosa significa “politiche urbane”? Anche questo viene meglio specificato da Tocci più tardi.

Sergio, 71 anni, mai fatto politica prima, si definisce progressista: il problema è la distanza dal centro, il problema è la mobilità. E manca la cultura. Servono spazi aggregativi per la cultura, tipo sale multimediali.

Gianfranco, professore a un passo dalla pensione, odia le correnti: Veltroni se ne vada in Africa, qui adesso dà solo fastidio. Ci sono molte cose fatte bene nei nostri quartieri, si vive meglio, ci sono molti parchi. Dobbiamo valorizzare quanto fatto, basta essere troppo autocritici.

Valter Tocci, ex vice sindaco e attuale deputato, fa un grosso intervento finale (ha chiesto lui di parlare per ultimo, per poter ascoltare le domande). Una volta la cintura rossa era un punto di riferimento anche culturale. La periferia popolare è stata una grande forza, anche politica e culturale, che gli ha dato molto. San Basilio e Pietralata sono vive nei suoi ricordi. Adesso più ci si allontana dal centro più la destra vince. Perchè perdiamo tanto nella parte più disagiata della città? Perchè c’è questo rancore verso di noi? Perchè il PD non ha funzionato nell’insediamento popolare? Eppure dal ‘93 il primo Rutelli fu un grande sindaco, e Veltroni andò ancora avanti, ha riconquistato un senso di solidarietà e di prestigio sia tra italiani che all’estero. Cresce la ricchezza, Veltroni lo ha sottolineato tante volte. Ma non eravamo immuni dalle dinamiche più grandi. Noi vedevamo e parlavamo di quell’aumento di ricchezza, mentre gli strati disagiati vivevano in grandi difficoltà. Quindi sono state le dinamiche più grandi, nazionali e internazionali, a far crollare il candidato Rutelli. La nostra gente si è sentita abbandonata, perchè il welfare degli anni ‘60 e ‘70 è venuto meno, si è affievolito. Sono queste le dinamiche più grandi cui fa cenno Tocci, ed è lì che ha vinto il populismo della destra. 800.000 abitanti vivono in una casa abusiva, è la più grande concentrazione europea del genere. Negli ultimi 15 anni si è costruito sempre lontano, e hanno trovato casa quelli che non reggevano i prezzi di Roma storica. E qui Tocci ha finalmente parole forti, all’altezza dei problemi del PD (e non solo): “abbiamo pensato che il mercato avrebbe risolto tutto. Il liberismo è entrato anche nelle nostre teste”. Parole che entrano in palese conflitto con la sua stessa spiegazione delle difficoltà di Veltroni, che avrebbe lavorato bene ma sarebbe stato colpito alle spalle dalle dinamiche esterne, più grandi. Per finire, Tocci, fa di nuovo cenno alla sua teoria di Roma come città “vuota”, con una scarsa densità abitativa, che crea enormi difficoltà a chi progetta la mobilità. E’ questa la causa del traffico, ed è anche la causa di problemi nelle relazioni. Servono politiche urbane, che vuol dire puntare all’integrazione, politiche che includono. Bizzarro sentire queste proposte, all’indomani del varo di un (teoricamente) perfetto Piano Regolatore Generale. Ma allora, quel piano, tutte quelle parole, erano finte?,

Sento che c’è del non detto, in questa assemblea. Del non detto, che traspare da tutti gli interventi (so che rischio di interpretare in modo abusivo le cose che ho sentito).  Melisa invoca efficienza, ma credo che parli di solitudine, altrimenti non avrebbe detto “arrabattarsi”. Nel suo chiedere una politica più vicina ai cittadini lei parla anche di una vicinanza del sentire, una vicinanza che vuol dire “i nostri rappresentanti lavorano per NOI”.  Claudio descrive i pendolari in autobus, e fa cenno solo al tempo che perdono, ma anche qui si sente il bisogno di una politica che non faccia sentire abbandonati, soli. E’ una esigenza di un NOI che riguarda sia tutti quelli che stanno in autobus senza parlare al proprio vicino, che il rapporto tra l’utente e il suo assessore, il suo sindaco, che viene sentito lontano e indifferente. Jacopo mette il dito in una piaga dolente: le politiche urbanistiche che hanno consentito e promosso la nascita di quartieri lontani e solitari, in cui la mancanza di riferimenti, di cui lui parla, significa anche che quegli abitanti non si sentono un NOI ma degli “io” isolati, tra marciapiedi spogli. Stefano chiede politiche urbane, e queste parole sono particolarmente belle. Urbane fa pensare alla gentilezza, grande assente nei rapporto incanagliti della nostra città. E a una città che viene pensata come un tutto che deve funzionare per tutti. Non è solo efficenza, ma inclusione e accoglienza e previdenza e cura. Qui il NOI è molto chiaro. Ma c’è, anche se non detto, in Sergio, che chiede cultura e mobilità: poter andare liberamente in giro, avere relazioni, realizzare idee e scoprire persone e talenti, è un NOI grande come una casa che si contrappone all’”io” del consumatore. Gianfranco è il militante prezioso e immarcescibile: davanti ai crolli lui dice che va tutto bene, si è lavorato bene, si tolgano di mezzo i detrattori. Anche lui chiede fortemente un NOI, è un noi interno al PD, roccaforte, nave che tiene il mare con ardimento e tenacia.

Tocci dice cose forti su mercato e liberismo, che però non riescono a rasserenare gli amareggiati, ad entusiasmare i perplessi. Infatti, c’è del non detto. La richiesta esplicita o inconsapevole di un NOI rimane senza risposta adeguata. Una volta il PCI (e Tocci lo ricorda a tutti) dava un senso alla politica: milioni di italiani sentivano di essere parte di un NOI più grande. Sentivi di partecipare a un movimento che cambiava le cose. Poteva anche non essere vero, ma rimaneva la sensazione di utilità e la speranza di un futuro. Con Veltroni e il suo aumento del PIL, con i centri commerciali più grandi d’Europa e la loro solitudine, cosa è rimasto?  Forse la parola che manca è SOCIALISMO. Ma è stata espulsa del lessico di questa ex sinistra. O forse ce ne vuole un’altra, chissà.  Certo siamo tutti così, orfani dell’89, di un fallimento che ci portiamo dentro, e le timide cure “liberiste, moderne, europee e giovani”  tentate finora sono state pannicelli caldi, trovate retoriche e politiciste che nascondono un vuoto di idee che accomuna la sinistra e la ex sinistra. Parole che non hanno fatto altro che dare fiato a chi davvero nel liberismo ci sguazza. C’è parecchio da lavorare.   mv

da amicoqua.org

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Una Riflessione sullo Statuto del Partito e le Primarie che verranno: I.Diamanti e S.Vassallo.

Pubblicato da jscrivano su luglio 14, 2009

Se questo è un partito

Due considerazioni a margine del congresso del Partito Democratico prima che avvii il suo percorso.

La prima riguarda le regole, le procedure. Non sono soltanto complicate. Ma incomprensibilmente affastellate. Ammucchiano idee, tradizioni e visioni contrastanti e incoerenti. Riassumendo in breve (in base a quel che, personalmente, abbiamo compreso; non necessariamente in modo corretto). In prima battuta votano coloro che risulteranno iscritti al PD alla data del 21 luglio. A livello di circolo e di provincia, eleggeranno i delegati alla Convenzione nazionale (altro neologismo coniato per affinità alle Convention dei partiti americani, dove però si scelgono i candidati alle presidenziali). Una mega-assemblea di oltre 1000 persone che, l’11 ottobre esprimerà l’Assemblea Nazionale. Un organo più o meno della stessa misura, e quindi, possiamo immaginare, largamente coincidente con la Convenzione. La quale, inoltre, designerà i tre candidati segretari più votati. Se non dovessero esserci novità, dunque, tutti quelli che si sono fatti avanti finora. Franceschini, Bersani e Marino. I quali verranno sottoposti, a quel punto, al voto delle primarie. Che si dovrebbero svolgere il 25 ottobre.

Alle primarie, però, voteranno non gli iscritti ma tutti coloro che si definiranno elettori (possibili) del PD. A questo punto, il candidato che otterrà più voti, o meglio più “delegati alle liste ad esso collegate”, verrà confermato anche dall’Assemblea. A condizione che abbia ottenuto la maggioranza “assoluta” dei voti e quindi dei delegati. Altrimenti sarà l’Assemblea stessa a scegliere, mediante un ballottaggio fra i due candidati più votati.

In questo caso, non mi interessa entrare nel merito del tracciato contorto disegnato dal PD per individuare il suo segretario. Piuttosto, mi sorprende, a dir poco, il mostro che disegna. Un collage – un po’ sgangherato – che pretende di assemblare modelli di partito e principi di legittimità diversi. Eterogenei. Contrastanti.
I congressi di sezione e di provincia, aperti agli iscritti. Richiamano il tradizionale partito di membership. Fondato, cioè, sull’appartenenza, sull’identità, sugli apparati. In qualche misura: i tradizionali partiti di massa o comunque di integrazione sociale. Comunità politiche e non solo.

La Convenzione e le successive primarie allargate agli elettori (possibili) evocano, invece, apertamente, il modello americano. Anche se in modo rovesciato. Visto che negli Usa la “convention” avviene a conclusione delle primarie. E viceversa.

Il ritorno all’Assemblea (subentrata alla Convenzione) nel caso che nessuno ottenga la maggioranza assoluta dei voti (e dei delegati) restituisce, infine, il ruolo decisivo agli iscritti. O meglio: ai gruppi dirigenti da loro espressi. E dunque: al partito d’apparato. Dove i gruppi dirigenti prevalgono sugli iscritti oltre che sulla società. Tanto che possono mettersi d’accordo fino a rovesciare, se necessario, anche il responso degli elettori. (Come avverrebbe se i due candidati meno votati alle primarie facessero convergere i voti su uno di loro). Una collezione di pezzi incoerenti che non possono produrre un collage. (Ma una specie di Frankenstein, verrebbe da dire, per usare un paragone estremo). Perché provengono da tradizioni politiche, storiche, culturali reciprocamente estranee e alternative.

La seconda considerazione si riferisce direttamente ai candidati leader. Anche qui, non m’interessa entrare nel merito (per ora, almeno). Ma è difficile immaginare un partito dove si confrontano prospettive così diverse. Prendiamo i due candidati più accreditati (sulla carta): Franceschini e Bersani. Il primo ha in mente un modello di partito “esclusivo”, post-veltroniano. In grado di attrarre gli elettori dentro i suoi confini. In una prospettiva bipartitica. L’altro ha in mente l’Unione. Alleanza tra partiti profondamente distinti. Una prospettiva non tanto post-prodiana. Perché Prodi, e Parisi, vedevano, comunque, nell’Unione un passaggio verso l’Ulivo. (Una DC di centrosinistra). Parte di un orizzonte maggioritario. Invece, si tratta della riproposizione dell’idea d’alemiana ( e cossighiana) del centro-sinistra. Intesa tra forze diverse, distinte, che mantengono ciascuna la propria specificità.

Chiunque fra i candidati prevalga, definirà non un’alternativa rispetto al progetto dell’avversario. Ma un altro partito.

Poi, c’è l’intorno. Le tensioni e le polemiche fra i leader del PD. Più o meno i soliti. D’Alema, Veltroni, Marini, Rutelli, Parisi, Fassino. Quelli che stanno dentro al partito – parlamentari e dirigenti centrali e locali – parlano di tensioni violente. Di pressioni molto forti. Che riguardano, però, non i valori, i progetti, le idee, le parole della politica. La costruzione di un Alfabeto Democratico. Ma, appunto, i modelli organizzativi, le alleanze, le aggregazioni centrali e locali.

Da ciò il dubbio, il “mio” dubbio: se sia possibile costruire, in questo modo, un partito. Oppure se, dopo 15 anni di percorso unitario, dopo due anni appena dall’avvio del Partito Democratico, non ci si troverà di nuovo di fronte a un soggetto politico incoerente, disorganico, senza identità. Senza appigli comuni. E senza leader in grado di riassumerlo. Perché chiunque vinca ci sarà subito qualcuno – molti – al lavoro per sostituirlo e prima delegittimarlo, sputtanarlo, indebolirlo. D’altra parte, nessun congresso può costruire una leadership se non c’è la volontà e la disponibilità dei diversi leader ad accettarla. Oppure, se nessun leader è in grado di imporsi agli altri. Per autorevolezza, carisma, diplomazia, ricchezza, potere personale, sostegno lobbistico, retorica, immagine. Gli altri partiti, dal PdL alla Lega all’Italia dei Valori, non hanno avuto bisogno di congressi per creare un leader. Semmai, è vero il contrario.

Il PD, però, nasce da una tradizione democratica e partecipativa. E la sua leadership è destinata a nascere allo stesso modo (anche se fino ad oggi si è sempre seguito un percorso plebiscitario). Ma la democrazia e la partecipazione da sole non sono in grado di creare un leader e neppure un partito. Perché la democrazia è competizione: aperta, libera e partecipata. Fra leader e partiti. Il male del PD è che, per ora, non è un partito e non ha un leader. Ma questo congresso, per come si annuncia, più che una terapia sembra una diagnosi.

Il PD ha davanti a sé tre mesi e mezzo per rimediare. Dopo, temo, sarà troppo tardi. Anche per tornare indietro.

I. Diamanti

(10 luglio 2009)

Uno Statuto che garantisce il Pd o forse è meglio il congresso Pdl?

Sono d’accordo con l’argomento di fondo. Nel Pd non è mai veramente maturata una convinzione univoca sul modello di partito da adottare, tanto che dopo qualche (documentabile) ipocrisia, chi era contrario al “modello delle primarie” torna a dirlo apertamente. Non sono invece d’accordo sulla conclusione tranciante che Diamanti trae in merito allo specifico contenuto dello Statuto attualmente in vigore. Credo che, in questo, si accodi ad una vulgata fuorviante.

Chi non sopporta le primarie dice che il processo congressuale disegnato dallo statuto è interminabile, che lo Statuto del PD è complicato, macchinoso, da cambiare se non da cancellare. Non che non siano necessari aggiustamenti. Ma tanti, proprio tanti, lo dicono senza averlo nemmeno letto, lo Statuto, e per un’unica ragione. A controprova, mi capita spesso di fare da un paio di mesi questo esperimento, con dirigenti nazionali o locali di partito. Chiedo innanzitutto se i congressi dei Ds o della Margherita prendevano meno tempo dei due mesi e mezzo (al netto di agosto) che impiegheremo a iniziare e chiudere la procedura congressuale 2009. Non ho mai ricevuto, come è ovvio, una risposta diversa. I congressi dei vecchi partiti duravano di più.

Procedendo nel test, chiedo allora di indicare tre degli aspetti che secondo loro vanno cambiati, per rendere il processo più semplice. Fino ad oggi non sono riuscito a ottenere nessuna risposta precisa. In un terzo dei casi mi vengono indicate come modifiche assolutamente necessarie cose che nello statuto sono già esattamente come si dice dovrebbero essere. In un altro terzo ottengo risposte generiche. In un altro terzo si ricade nella vera questione: se a determinare la scelta del segretario e gli equilibri interni deve essere il voto dei soli iscritti (purtroppo sempre di meno, sempre più anziani, sempre più coincidenti con chi fa o vuole fare politica) o anche di tutte le persone che dichiarano d’essere elettori del PD e sono disposte a versare un contributo minimo; se sia giusto che il gruppo dirigente del Pd si faccia giudicare dall’intera platea dei suoi elettori oppure se i cittadini che votano alle primarie siano degli “invasori”.

Proprio così, invasori, li ha chiamati D’Alema alla festa del PD a Roma: “le primarie per l’elezione del segretario sono una regola assurda, figlia di una concezione che ha portato la società civile a invadere, occupare il partito” (ANSA, Roma 5 luglio). Bersani aveva già espresso un’opinione simile e ora a catena i dirigenti territoriali che lo sostengono hanno perso ogni residua reticenza.

La contrarietà verso le primarie di D’Alema e della dorsale organizzativa pro-Bersani non mi stupisce. Registro purtroppo che anche nella Bussola di Diamanti acquista ingiustamente credito (a mio avviso) all’idea che il meccanismo congressuale sia contorto o insensato, che sia frutto di una costruzione contraddittoria e sgangerata. Cerco di dire perché secondo me non è vero.

In base allo statuto le (cosiddette) primarie, che si terranno il 25 ottobre 2009 per eleggere gli organismi nazionali e regionali, saranno precedute da una consultazione tra i soli iscritti. Nel mese di settembre i circoli si riuniranno per discutere le candidature a segretario e le connesse mozioni. Votando per una o l’altra mozione, gli iscritti nomineranno anche i loro delegati alla Convenzione nazionale che si terrà l’11 ottobre e i delegati per le Convenzioni regionali che si terranno qualche giorno prima.

Questa prima fase ha tre funzioni: a) verificare che le potenziali candidature a segretario (nazionale e regionali) siano dotate di un minimo consenso tra gli iscritti, scremando le candidature credibili da quelle fittizie o inadeguate; b) consentire ai candidati a segretario e ai sostenitori delle diverse mozioni di presentare le loro proposte e confrontarle di fronte a una platea qualificata di delegati (la “convention” nazionale dell’11 ottobre e quelle regionali); c) dare modo ai sostenitori delle diverse mozioni di coordinarsi e formare le liste per le assemblee nazionale e regionali in maniera meno verticistica di quanto accadde, per forza di cose, in assenza di una base organizzativa comune, nel 2007.

Alla elezione vera e propria, quella che si svolge il 25 ottobre, saranno ammessi tutti i candidati che hanno ottenuto almeno il 15% dei voti tra gli iscritti e comunque i primi tre, purché abbiano ottenuto almeno il 5% nella consultazione preliminare interna. Esattamente come nel 2007, il 25 ottobre, su una prima scheda si vota per liste di candidati all’Assemblea nazionale collegate alle candidature a segretario nazionale.

Su una scheda distinta, si vota per le liste di candidati all’Assemblea regionale collegate alle candidature a segretario regionale.

È davvero così complicato? Non mi pare. Anche se, certo, è stato più semplice lo svolgimento del congresso fondativo del PdL! C’è tutttavia un aspetto che può legittimamente generare qualche dubbio, che Diamanti rimarca nella sua Bussola. Siccome potranno accedere alle “primarie” più di due candidati alla segreteria, è possibile che nessuno di loro ottenga la maggioranza asssoluta dei delegati nell’Assemblea (il discorso vale ovviamente sia per il livello regionale che per quello nazionale). In teoria, potrebbe succedere che tre candidati ottengano ciascuno circa un terzo dei seggi. Che si fa a quel punto? Non sarebbe meglio allora limitare l’accesso all’elezione finale solo ai primi due più votati dagli iscritti?

Sono dubbi che ci si è posti in fase di redazione dello Statuto. Limitando l’accesso alle “primarie” solo ai due più votati tra gli iscritti sarebbe stato escluso dalla competizione qualsiasi outsider, comprese personalità molto popolari. In ogni caso, in fase di elaborazione dello statuto i “bindiani” posero come condizione per loro irrinunciabile che fosse lasciata una chance di partecipare anche ad una terza candidatura di nicchia.

Avendo accolto questa richiesta, c’erano tre alternative per chiudere il cerchio, ciascuna con un suo difetto. Una prima, apparentemente semplice, sarebbe stata quella di considerare in ogni caso eletto il candidato più votato, con il rischio di avere un segretario sostenuto da poco più di un terzo dell’Assemblea o addirittura portatore di una linea invisa ad una larga maggioranza del “parlamento” del PD. Una seconda alternativa poteva consistere nel chiamare di nuovo a votare tutti i simpatizzanti per un secondo turno di ballottaggio, ma era troppo costosa organizzativamente. Si è previsto quindi che, in caso non emerga un chiaro vincitore, ci sia un ballottaggio tra i primi due in Assemblea. Naturalmente l’Assemblea chiamata eventualmente a scegliere tra i primi due non è la “convention” eletta dagli iscritti, ma quella eletta dai simpatizzanti il 25 ottobre, in collegamento con i candidati a segretario e alle relative mozioni.

Anche in caso di ballottaggio, quindi, il voto del 25 ottobre non verrà vanificato, soprattutto se i rappresentanti eletti in collegamento con il candidato arrivato terzo voteranno per quello tra i primi due con la “piattaforma” più simile alla loro.

Considerando la professione accademica che condivido con Diamanti, mi permetto una chiosa finale. Anche nell’eventuale passaggio tra l’elezione del 25 ottobre e l’eventuale ballottaggio in Assemblea, per le ragioni che ho esposto, non ci sono in realtà contraddizioni tra diversi principi rappresentativi così stridenti come a prima vista potrebbe sembrare.

Ad esempio in Bolivia si usa un metodo simile per l’elezione del Presidente: in assenza di un chiaro vincitore tra gli elettori (esito possibile perché al contrario che negli Usa lì non c’è un sistema bipartitico) è il “congresso” a scegliere tra i primi tre candidati più votati. Aggiungo che ci sarebbe stata una contraddizione più stridente tra principi rappresentativi se, come ad un certo punto è parso possibile nelle primarie democratiche americane, per scegliere tra Obama e la Clinton fossero risultati decisivi i superdelegati di diritto alla convention di Denver NON eletti attraverso le primarie.

Ciò detto, concordo pienamente, ripeto, sull’argomento di fondo. Nel Pd ci sono idee diverse in merito al modello di partito. Io confido che nel corso della fase congressuale si parli soprattutto di altri argomenti che interessano di più gli italiani, ma credo che il nodo debba essere sciolto. Del resto i principali candidati hanno già preso una posizione abbastanza chiara e distinta sul punto. La pratica ci dirà poi ancora meglio cosa può essere migliorato. Per quello che mi riguarda, spero che nel frattempo non vinca chi vuole tornare al partito introverso … liberandosi degli “invasori”.

S. Vassallo

da Repubblica.it

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3 Giorni alle OFFICINE!

Pubblicato da jscrivano su luglio 1, 2009

Officine Democratiche presenta:
I Giovani Democratici di Talenti in festa!!!!!
Tutte le sere birra, cucina, libri, giochi, musica

Manifesto Off Dem copia

VENERDÌ 3 LUGLIO ore 18:30

PERIFERIA AL CENTRO:Analisi e proposte per un risveglio democratico di Roma

con

F.PIERONI Coordinatore PD IV Municipio

W.TOCCI deputato del PD

SABATO 4 LUGLIO ore 18:30

RITORNO AL FUTURO: Dove sta andando l’Italia? Cambiare è necessario

con

D. MONTEFORTE Segreteria Regionale PD

D.SASSOLI Europarlamentare

DOMENICA 5 LUGLIO ore 19:00
Il Monopoli della crisi
cura
ass. cult. IL BIANCONIGLIO

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Siamo Tornati!

Pubblicato da jscrivano su giugno 30, 2009

fonderie_usaChi siamo?

Diciamo che siamo quelli che camminano, che si muovono, che stanno cercando una strada all’interno di un’identità democratica che li accomuna.

Questa esigenza l’abbiamo maturata provenendo tutti da campi diversi, portando ognuno il proprio bagaglio di esperienze umane e politiche.

Veniamo dall’esperienza delle giovanili di partito, dall’associazionismo, dalle scuole del nostro quartiere, dall’università, dal mondo lavorativo e dalla amministrazione territoriale.

Nella propria esperienza passata ognuno di noi ha conosciuto la bellezza e i limiti connessi con qualunque esperienza giovanile organizzata e ci siamo ripromessi di far confluire queste singole esperienze in un unico grande patrimonio ideativo e di proposte per aiutore la nostra generazione e la nascente Giovanile Democratica, così da far risultare questa un soggetto migliore, più grande, più inclusivo, più aperto rispetto ad ogni realtà precedente.

Noi vogliamo che questa Giovanile sia un enorme catalizzatore, un moltiplicatore grazie al quale ogni ragazzo possa vedere il proprio contributo crescere e fondersi con quello degli altri e dare vita ad idee nuove. Idee dalle quali possa scaturire un agire politico moderno del quale l’Italia ha un immenso bisogno.

Per fare questo sappiamo che dobbiamo alleggerirci, lasciando dietro le nostre spalle i vecchi organigrammi di partito, le vecchie logiche, le nomenclature e le baby dirigenze. Dobbiamo puntare ad essere più noi stessi e credere nelle nostre idee, pronti a portare avanti ogni battaglia che interpelli il nostro animo democratico: dai diritti civili a quelli dei migranti, dal diritto allo studio a quello a un lavoro dignitoso, dalla legalità alla giustizia sociale ed economica.

Lavorando, Lavorando ce la faremo.

Abbiamo deciso di chiamarci OFFICINE DEMOCRATICHE proprio per questo. La politica non deve essere un mestierie…ma è lavoro! Ci vogliono passione, studio e volontà; ci vogliono tecnica e speranza per riuscire a forgiare le idee che possono cambiare una vita!

Tutto qui. Noi siamo questi e se tu sei qui a leggerci, sei già UNO Di NOI.

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